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| 24° Conv. Reg. Giovani e Vocazioni: Dio chiama educando, chi educa chiama |
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Questo fine settimana alcuni rappresentanti dell’Equipe hanno partecipato al 24° Convegno Regionale organizzato dal Centro Regionale Vocazioni a Cala Ginepro, Orosei: un’importante esperienza di formazione, che ha visto come ospiti professori illustri che hanno parlato riguardo al tema “Dio chiama educando, chi educa chiama”.
[puoi leggere l'intero articolo cliccando qui in basso su >>>leggi altro<<< oppure scaricarlo in formato pdf dall'area >>>download<<< del sito]
Mass Media e Libertà
La mattinata di sabato 7 novembre si è aperta col primo intervento del prof. Olinto Brugnoli, giornalista e critico cinematografico, ex insegnante di religione e attualmente esperto di cinema presso il Liceo Classico della Comunicazione “Scipione Maffei” di Verona, nonché membro del comitato di redazione della rivista EDAV (Educazione Audiovisiva).
Il professore ha ampiamente discusso riguardo i mass media, attualmente responsabili di un forte condizionamento di tutti i livelli della società. Essi sono cassa di risonanza e formatori di mentalità, in quanto agiscono sulla nostra vita, sia al livello superficiale delle abitudini e dei costumi, ma anche a livello più profondo, a livello mentale, influenzando dunque le nostre ideologie. Nell’espressione “mass media” vediamo come il termine “massa” assume un’accezione negativa: non si parla di “persona”, essere pensante, ma di “massa” plagiabile, priva di pensiero autonomo.
Per questo la Chiesa parla di mezzi di comunicazione sociale, non più di massa, per dare un maggior rilievo all’unicità di ogni mente; tuttavia, è ben consapevole dei cambiamenti della nostra società, più sensibile a questi mezzi: Giovanni Paolo II parlò dell’affermarsi di una nuova cultura, che nasce, prima che dai contenuti, da nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecnologie e nuovi atteggiamenti psicologici.
Le cause di quest’avvenimento sono di due tipi:
a)aspetto quantitativo: vi è una grande diffusione contemporanea, che si può notare consultando le statistiche;
b)aspetto qualitativo: l’utilizzo del linguaggio dell’immagine: tale linguaggio esiste sì da tempi preistorici (es. pitture rupestri), tuttavia oggi abbiamo una sostanziale differenza, in quanto parliamo di immagine tecnica, ossia il prodotto di uno strumento tecnologico, come una fotocamera o una videocamera: essa è più fedele alla realtà, e viene spesso confusa dalla massa come la realtà stessa; l’immagine tecnica possiede queste caratteristiche:
1.si rivolge direttamente all’emotività dello spettatore, anziché alla sua razionalità, comunicando idee allo stato di opinione: si ha così un’enfatizzazione dell’emotività e un “addormentamento” della razionalità: il tutto è ben evidente, per esempio, dalle domande che vengono poste ai giornalisti a chi ha vissuto una particolare esperienza: “che cosa ha provato? come si è sentito?”. Il pensiero è diventato un optional?
2.l’utilizzo di immagini favorisce atteggiamenti di identificazione (nel personaggio di una fiction, di un film, ecc): questo contribuisce alla convinzione di vivere un’esperienza nella vita reale, mentre invece si sta ragionando per interposta persona in un contesto di finzione -> evasione dalla realtà: di conseguenza, un giovane che si immedesima continuamente in un film, arriverà a credere che “tutto finisce bene”, e non sarà in grado di affrontare il presentarsi dei problemi nella vita vera;
3.vengono generati modelli comportamentali, dall’atteggiamento al linguaggio utilizzato: emulazione, accettazione acritica e passiva di ciò che viene proposto;
4.l’immagine tecnica può essere de/formata anche a livello espressivo: questo porta alla comunicazione di idee inavvertite o clandestine; ciò avviene a livello audiovisivo, in quanto spesso è la scelta del suono a modificare, nella nostra mente, l’immagine visiva stessa: in questo modo abbiamo un’informazione alonata, modificata dall’autore per servire i propri scopi: il telespettatore commette un errore di valutazione, attribuendo una determinata qualità alla realtà piuttosto che all’immagine proposta -> distinzione tra realtà e immagine della realtà.
Se non affrontati adeguatamente, ossia con una specifica e appropriata educazione all’immagine, i mass media possono contribuire al dilatarsi di tre grandi fenomeni tipici della nostra società:
Disinformazione: viene proposta una grande quantità di informazione, però, passando attraverso l’elaborazione dei mass media, si ha la de/formazione dell’informazione, che è così corrotta: la disinformazione non è assenza di informazione, ma la diffusione dell’informazione falsificata;
Massificazione: attraverso le informazioni clandestine, si crea una mentalità comune e un comune comportamento: ciò porta all’omologazione e all’assenza di personalità propria, che rende tutti “massa” facilmente controllabile;
Strumentalizzazione: chi possiede questi mezzi è centro di potere e se ne serve per i proprio interessi; teoria della freccia: per colpire un gruppo di persone con un’unica freccia, si deve metterle tutte in fila e colpire fortissimamente in modo da trapassarle tutte.
Non dire sono troppo giovane – Lectio di Geremia 1,5-10
Il secondo intervento, nel pomeriggio di sabato 7, è stato della prof.ssa Rosanna Virgili, biblista, docente di esegesi dell’Antico Testamento presso l’Istituto Teologico Marchigiano (Pontificia Università Lateranense) e collaboratrice dell’ Ufficio Famiglia della CEI.
“Mi fu rivolta questa parola del Signore: che cosa vedi, Geremia? Risposi: vedo un ramo di mandorlo” (Ger 1,11). Da qui si parte per un’analisi della vocazione di Geremia, che parte da uno sradicamento del giovane dalla sua famiglia; tale sradicamento è precondizione della libertà, che provoca sì un senso di mancanza (dalla famiglia, dai legami), ma è salutare alla sua maturazione.
Si sottolinea il fatto che il primo legame, quello con Dio, quello più stabile, è previo alla nascita stessa dell’individuo. “Prima ti ho conosciuto” dice il Signore, e significa che ogni persona è formata nel pensiero di Dio e nel disegno che Egli ha voluto per lui.
A Geremia viene assegnato un compito nuovo dal Signore, ossia quello di essere profeta de e per il popolo del mondo nella sua interezza, e non solo per il popolo ebraico; davanti al peso di questa chiamata, egli si dice “troppo giovane”, ma Dio contesta quest’opposizione, affermando che “non si è mai giovani per la vocazione”.
Ma cos’è, quindi, la vocazione? Essa ha come basi tre appartenenze diverse:
1.il legame che unisce l’individuo a Dio, che affonda in un “prima” e che prosegue nell’eternità;
2.il legame verso l’umanità tutta, che affonda nelle esigenze di un presente che richiede scelte;
3.il legame con la propria famiglia e con il prossimo.
La vocazione è così una Parola unica per ogni uomo, vestita di mistero e realizzata attraverso un dono; è legame, relazione, ed è cammino sapienziale dal quale si faranno scelte e si compiranno atti volti a cambiare l’individuo stesso, ma anche le persone che gli vivono accanto.
Aver cura di se stessi.
A seguire, il terzo intervento del prof. Giuseppe Savagnone, docente nei licei statali e dirigente del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, docente della Scuola di formazione Pedro Arrupe e partecipa al Forum della CEI per il Progetto culturale.
Nel discutere riguardo l’educazione, il professore è partito da un parallelismo tra gli uomini e gli altri animali, e dal mito di Epimeteo e Prometeo.
“Ci fu un tempo in cui esistevano gli dei, ma non le stirpi mortali. Quando giunse anche per queste il momento fatale della nascita, gli dei le plasmarono nel cuore della terra, mescolando terra, fuoco e tutto ciò che si amalgama con terra e fuoco. Quando le stirpi mortali stavano per venire alla luce, gli dei ordinarono a Prometeo e a Epimeteo di dare con misura e distribuire in modo opportuno a ciascuno le facoltà naturali. Epimeteo chiese a Prometeo di poter fare da solo la distribuzione: "Dopo che avrò distribuito - disse - tu controllerai". Così, persuaso Prometeo, iniziò a distribuire. Nella distribuzione, ad alcuni dava forza senza velocità, mentre donava velocità ai più deboli; alcuni forniva di armi, mentre per altri, privi di difese naturali, escogitava diversi espedienti per la sopravvivenza. Ma Epimeteo non si rivelò bravo fino in fondo: senza accorgersene aveva consumato tutte le facoltà per gli esseri privi di ragione. Il genere umano era rimasto dunque senza mezzi, e lui non sapeva cosa fare. In quel momento giunse Prometeo per controllare la distribuzione, e vide gli altri esseri viventi forniti di tutto il necessario, mentre l’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi. Intanto era giunto il giorno fatale, in cui anche l’uomo doveva venire alla luce. Allora Prometeo, non sapendo quale mezzo di salvezza procurare all’uomo, rubò a Efesto e ad Atena la perizia tecnica, insieme al fuoco - infatti era impossibile per chiunque ottenerla o usarla senza fuoco - e li donò all’uomo. All’uomo fu concessa in tal modo la perizia tecnica necessaria per la vita, ma non la virtù politica. [322] Questa si trovava presso Zeus, e a Prometeo non era più possibile accedere all’Acropoli, la dimora di Zeus, protetta da temibili guardie. Entrò allora di nascosto nella casa comune di Atena ed Efesto, dove i due lavoravano insieme. Rubò quindi la scienza del fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena e le donò all’uomo. Da questo dono derivò all’uomo abbondanza di risorse per la vita. Allorché l’uomo divenne partecipe della sorte divina, in primo luogo, per la parentela con gli dei, unico fra gli esseri viventi, cominciò a credere in loro, e innalzò altari e statue di dei. Poi subito, attraverso la tecnica, articolò la voce con parole, e inventò case, vestiti, calzari, giacigli e l’agricoltura. Con questi mezzi in origine gli uomini vivevano sparsi qua e là, non c’erano città; perciò erano preda di animali selvatici, essendo in tutto più deboli di loro. La perizia pratica era di aiuto sufficiente per procurarsi il cibo, ma era inadeguata alla lotta contro le belve (infatti gli uomini non possedevano ancora l’arte politica, che comprende anche quella bellica). Cercarono allora di unirsi e di salvarsi costruendo città; ogni volta che stavano insieme, però, commettevano ingiustizie gli uni contro gli altri, non conoscendo ancora la politica; perciò, disperdendosi di nuovo, morivano. Zeus dunque, temendo che la nostra specie si estinguesse del tutto, inviò Ermes per portare agli uomini rispetto e giustizia, affinché fossero fondamenti dell’ordine delle città e vincoli d’amicizia. Ermes chiese a Zeus in quale modo dovesse distribuire rispetto e giustizia agli uomini: «Devo distribuirli come sono state distribuite le arti? Per queste, infatti, ci si è regolati così: se uno solo conosce la medicina, basta per molti che non la conoscono, e questo vale anche per gli altri artigiani. Mi devo regolare allo stesso modo per rispetto e giustizia, o posso distribuirli a tutti gli uomini?« «A tutti - rispose Zeus - e tutti ne siano partecipi; infatti non esisterebbero città, se pochi fossero partecipi di rispetto e giustizia, come succede per le arti. Istituisci inoltre a nome mio una legge in base alla quale si uccida, come peste della città, chi non sia partecipe di rispetto e giustizia»”
Gli animali, dunque, nascono interamente se stessi, ossia sono capaci di vivere fin quasi da subito senza la necessità dell’altro, di un qualcuno che lo sostenga; l’uomo, in quanto il più debole tra gli animali, nasce privo di ogni conoscenza: per sopravvivere e andare avanti ha bisogno di altre figure che lo educano, lo acculturano: sulla base della terminologia latina, per la quale e-ducere significa “far nascere”, affermiamo che l’uomo nasce progressivamente, il suo processo di nascita dura tutta la vita.
Ciò è evidente nel fenomeno degli “uomini-lupo”, ossia quei bambini che, perdutisi nella foresta, vi crescono, a contatto con le belve e privi dell’esempio formante di un altro uomo che gli mostri come tenere la postura eretta e parlare. Questo ragionamento smonta il mito dell’ “uomo che si è fatto da sé”: siamo frutto della cultura che ci viene trasmessa dagli altri, direttamente – i genitori che ci parlano, gli insegnanti che incontriamo nel percorso scolastico – e indirettamente – attraverso libri, film, ecc.
Nella società di oggi, si vive con l’ansietà e l’angoscia di genitori spesso incapaci di lasciare il loro spazio ai propri figli e che spesso rischiano di imprimergli il loro stesso volto piuttosto che aiutarli a creare una propria personalità: questo porta poi il ragazzo all’incapacità nell’affrontare le difficoltà della vita, e il genitore stesso all’incapacità del dire “no”, riempiendolo così di doni materiali per sopperire alle proprie mancanze, che si trasformano nell’assenza educativa nella vita del giovane.
Socrate, durante il processo che lo porterà alla condanna a morte, parla dell’importanza del maestro come educatore della cura di sé: i giovani devono prestare attenzione a un bene prezioso, la cura di sé appunto, che parte da una convivenza con i propri “mostri” – complessi fisici, debolezze mentali.
Il maestro, in questo percorso, è dunque auctor, colui che esercita l’autorità (dal latino augere, condurre, far crescere); all’autorità si risponde con l’obbedienza: in questo rapporto, che è dialogo e accettazione l’uno dell’altro, si riproduce l’atto della Creazione (autorità) e si ripete il Sì della Beata Vergine (obbedienza). L’autorità non è potere: esso pretende servilismo piuttosto che obbedienza, non viene dunque contemplato il dialogo tra le parti. Per questo, è importante spiegare ai giovani la differenza tra i due termini e, quindi, tra i due atteggiamenti. In tale rapporto, il maestro non si deve preoccupare del “consenso” che può avere, e questo perché, se così facesse, renderebbe l’educando “padrone del gioco”, si creerebbe una cattiva simmetria nella quale è l’educando ad avere l’autorità; Gesù si interrogava su ciò che la gente pensava di lui – sul consenso che aveva – ma continuava ad esercitare la propria autorità così come lo riteneva più opportuno: ci indirizza così alla strada della ricerca, che è sempre dialogo, confronto col discepolo, proposizione di ragioni da approvare o da smontare.
Infine, è altresì importante educare alla cura dello spirito e alla cura della mente e spiegare che sono due aspetti della persona umana totalmente distinti: non si può curare lo spirito ed espiare il Peccato da uno psicologo, come non si può curare la psiche attraverso la Confessione.
“La sola vita sprecata è quella di colui che non si accorgere di essere un «Io» davanti a Dio”, Kierkegaard.
Liberi per scegliere: un itinerario concreto per leggere e comprendere il linguaggio dei mezzi di comunicazione.
La giornata di sabato si è conclusa con un secondo intervento del prof. Brugnoli, che ci ha proposto un breve percorso di educazione all’immagine. Partendo da un breve documentario di Piero Angela in cui venivano mostrate alcune tecniche basilari della de/formazione dell’immagine e degli effetti speciali utilizzati negli spot, il professore ha intrapreso un discorso riguardo il cosa guardare in televisione: la scelta dei contenuti, dunque, si inserisce in un discorso di educazione al gusto, ossia iniziare il giovane alla visione di programmi e film di un certo spessore culturale; tale processo è lungo e pieno di insidie (cinepanettone, reality show) che distraggono l’attenzione dell’educando dal suo scopo.
Il termine “educare” (dal latino e-ducere) viene così interpretato anche nel suo profondo significato di “tirar fuori, liberare”; nel nostro caso, il giovane deve essere liberato dal suo consumo acritico e spasmodico di immagini, che, nella nostra società, è quasi esigenza primaria dell’uomo: egli dovrà assumere un atteggiamento di critica, che lo conduca ad un rapporto più distaccato e meno coinvolgente emotivamente con l’immagine stessa: in questo modo, si avranno gli strumenti per capire che l’immagine, per quanto possa essere fedele alla realtà, non è la realtà.
A questo punto, si potrà fare un passo avanti, ossia quello dell’educazione attraverso l’immagine: tramite film e programmi televisivi scelti, è più facile affrontare determinati argomenti per raggiungere un apprendimento più duraturo nella mente del giovane. Dietro un immagine, vi è sempre un’idea, un messaggio, da divulgare.
Possiamo, quindi, porci tre domande, in un’analisi che è ricerca della significazione dell’immagine:
1.Che cosa viene rappresentato nell’immagine?
2.Come viene rappresentato?
3.Perché viene rappresentato in questo modo?
Mi sono innamorato della sapienza…
Gli interventi della giornata di domenica 8 novembre hanno avuto avvio con una seconda lectio proposta dalla prof. Virgili, avente per tema alcuni passi del cap. 8 dei Libri della Sapienza.
La sapienza è considerata lo strumento indispensabile previo alla vocazione: questa deve essere accolta con piena consapevolezza di sé, la quale può essere raggiunta solo dopo un lungo cammino di educazione, riflessione e discernimento.
La sapienza porta l’uomo a governare se stesso, a essere padrone di sé; nell’Oriente, i libri sapienziali erano rivolti ai delfini del regno che, prima di giungere all’ottenimento della corona, dovevano essere re della propria vita.
La Sapienza dimora in una casa sorretta da sette colonne – le colonne del mondo – dove prepara lauti banchetti di carni e vini: essa è luogo di abbondanza e luogo di nascita; la Follia, invece, adesca l’uomo che cammina per la strada, non lo invita nella sua dimora, e lo nutre di solo pane e acqua: egli non potrà godere della presenza di altri compagni che possano condividere le sue esperienze, ma resterà solo, e il suo sarà un acculturarsi furtivo, povero.
“La sapienza si estende vigorosa da un’estremità all’altra
E governa a meraviglia l’universo.
È lei che ho amato e corteggiato din dalla mia giovinezza,
ho bramato di farla mia sposa,
mi sono innamorato della sua bellezza.
Ho dunque deciso di condividere con te la mia vita
(Sap 8, 1-2. 9)
E così, come Salomone, anche noi siamo invitati ad innamorarci della Sapienza e a renderla nostra sposa.
Aver cura del proprio futuro
Prima della Celebrazione Eucaristica, vi è stato l’ultimo intervento del convegno, tenuto dal prof. Savagnore e che è stato naturale sviluppo e conseguenza del primo.
Non vi è educazione alla cura di sé senza un’educazione alla cura del “senso”. Tale termine viene analizzato nelle sue due accezioni: senso come significato, senso come direzione -> in entrambi i casi, esso riguarda le nostre scelte. Il senso della nostra vita, dunque, si svolge in un percorso che, da tradizione, ha un inizio e una fine: la metafora del viaggio ha persistito nel nostro bagaglio culturale fin dalle origini mitiche.
Tale metafora ha subito delle modificazioni col passare dei tempi: la più suggestiva è di certo quella proposta da Umberto Eco: non più viaggio, ma labirinto, dove le entrate e le uscite sono molteplici, non vi è una direzione ben precisa, non vi è una meta -> ciò è collegabile al fenomeno del nomadismo, per il quale non vi è appartenenza, non vi è un “lontano” e un “vicino”. Nel concepire e adottare questo tipo di vita, tutto è considerato “esperienza”, e non si ha più la considerazione del peccato -> viene meno il concetto del deragliamento, e quindi dell’espiazione il regno della Follia ha il dominio.
Questo atteggiamento porta alla cultura dell’attimo fuggente, che, nella sua interpretazione, è di per sé ambigua: l’attimo fuggente è l’approfittare del momento per vivere una particolare esperienza, ma, così facendo, si va verso l’esclusione del futuro: questo porta, di conseguenza, a una visione solo intimistica e soggettiva, volta solo a cogliere l’attimo e al prolungarlo nel tempo quanto più possibile: così, il giovane di oggi si disinteressa dell’altro, della politica, dei problemi della sua città.
Questo rintana mento intimistico nell’altro porta anche alla fuga dall’impegno nei confronti del futuro: si passa, dunque, dalla cultura del matrimonio alla cultura della coppia, dello stare insieme. Questo perché viene meno il concetto di fedeltà, che implica l’esser compromessi, l’esser legati all’altro, visto, ora, come limite alla propria libertà.
Altro concetto importante è quello della speranza: viviamo in una società disperata nel vero senso etimologico del termine, ossia siamo privi della speranza, quell’elementi costitutivo dell’essere umano che lo porta ad “affacciarsi a”, a lavorare dunque per un progetto comune. Il tutto si sta perdendo complice una società vecchia, priva di coraggio, dove vediamo sempre gli stessi volti e vengono proposte ideologie prive di fondamento, travestite di parole che servono solo a smuovere emotivismi inutili nelle masse.
Non vi è futuro senza passato, speranza senza gratitudine: si perde il senso dell’appartenenza e di origine, l’”essere figlio di” (mito del farsi da sé) ->si vive nell’eterno presente, il padre viene visto solo come una figura negativa, e la tradizione è vista come peso. Vi è, quindi, la necessità di riscoperta del passato e della tradizione stessa, in modo da poter tornare ad essere narratori della nostra storia , narrazione della quale hanno vissuto i nostri antenati fin dalle origini mitiche del mondo. La riscoperta della tradizione diventa così’ ricostruzione di una memoria comune, che ci unifichi nella storia.
Non si può, quindi, progettare il futuro – né avere una storia – senza gli altri: bisogna educare alla cura dell’ “essere per, essere con”. Di conseguenza, il concetto di “farsi i fatti propri” diventa solo un mito, nel momento in cui ogni scelta che compiamo implica una ripercussione sugli altri.
Infine, è importante comprendere che la nostra vocazione non è solo autorealizzazione, ma è assunzione della missione nel servizio per gli altri.
“Nessun uomo è un’isola”, John Donne.
testo dell'articolo a cura dell'equipe del centro diocesano per la pastorale giovanile diocesi di Sassari |
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